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Intervista al Maestro Naito Takeshi
La pubblicazione è stata autorizzata dal Direttore della Rivista
Giacomo Spartaco Bertoletti Testo originale

MAESTRO DI SFUMATURE E DI METAFORE

Riportiamo qui di seguito l’intervista rilasciataci dal Maestro Naito Takeshi, uno dei nomi più prestigiosi del Karate internazionale, uscita su Samurai di Febbraio c.a. Ci ripromettiamo di incontrarlo nuovamente per continuare la “chiacchierata” su tanti argomenti a proposito dei quali ci piace ascoltare il suo parere.
Abbiamo incontrato il Maestro sotto casa sua, in una bella mattinata luminosa d’ottobre. Essendo mercoledì, il Maestro era già stato all’allenamento del M° Shirai alle cinque del mattino e presentandosi allegro e solare, come sempre. Il “Maestro di sfumature e di metafore” (come ci piace definirlo, per la sua sensibilità nel cogliere le minime sfumature di ogni cosa, le più piccole finezze dell’armonia della natura e la capacità di restituirne le immagini applicate ai concetti del Karate che subito, così, si illuminano di significato) catalizza intorno a sé sentimenti estremi. Per via del suo carattere, principalmente, che – come spesso accade ai grandi geni – non è dei più facili….

Primitivo, irruente, istintuale, totalmente esposto ed egualmente celato, non-conosciuto. La sua durezza, severità, l’apparente aggressività – che si sono stemperate nel tempo -, sono sinonimi di una personalità spiccata ed incisiva. Così era, così viene vissuto (dagli altri) nella maggior parte dei casi ma…… quello non è lui. O non è solo così, o lo è ma è tanto, tanto altro ancora, e allora è una sorpresa. Anzi: se lo conosci, se scopri chi è realmente, non puoi far altro che apprezzarlo. E che lo si stimi nel dojo è già innegabile; forse le sue lezioni a volte sono davvero troppo difficili, il suo insegnamento troppo alto: ma chi lo afferra comprende di aver afferrato un diamante. Chi come noi ha l’onore e il piacere di conoscerlo e seguire i suoi insegnamenti, può a maggior ragione apprezzare la sua sincerità e la sua umiltà nel porsi sullo stesso piano di un allievo nei confronti della Via del Karate. E oggi è un grande onore per noi poterlo intervistare.


NaitoMaestro, Lei si trova in Italia da trentun anni e mezzo: nel “percorso” dello studio del Karate ha trovato e trova giusto fondere le due culture, la giapponese con l’italiana?
Naito sensei: Italiani e Giapponesi, quando stanno bene, sono sereni, felici, si comportano allo stesso modo; ma in contingenze negative, di stanchezza, di difficoltà, sono molto diversi. Voi dovete pensare, ragionare, usare sempre la testa; noi no, prima dobbiamo FARE.

La stessa cosa nel Karate, la tecnica è inutile, bisogna provare, NON pensare. Nelle Arti Marziali se non si prova, se non si FA, non si arriva mai a capire. Questa è la differenza più grande che sento tra Italiani e Giapponesi.

Quindi vorrei, come ha sempre fatto anche il M° Shirai, non insegnare solo la tecnica, ma cercare di trasmettere anche una cultura diversa, un diverso modo di approcciarsi alla vita. Secondo me il concetto è applicabile a qualsiasi cosa, anche nella cucina, nel Kado (arte dei fiori), nel Chado (via del tè), nello Shodo (via della scrittura), nel Kabuki (teatro), è tutto uguale. La strada (DO) è diversa per ognuno di noi, ognuno ne sceglie una e la deve percorrere fino in fondo (Jibun no michi = la MIA strada); non devo copiare la strada di un altro, nessuno può percorrere i miei passi: ci vuole coraggio, si può sbagliare, ma se sbaglio sbaglio io e io rispondo di me stesso: e solo io capisco dai miei sbagli e imparo a migliorare. L’obiettivo di ogni strada è solo migliorare se stessi. Le vie possono essere estremamente diverse, ma il concetto è uno solo.

Maestro, In che senso considera “tradizionale” lo stile che insegna ogni giorno ai suoi allievi? Qual è la differenza dal Karate “sportivo”?
Naito sensei: “Tradizionale” ha il significato di “continuare” accogliendo e accettando però (l’intervento di) altre culture nel corso del tempo. Ma non bisogna mai dimenticare l’origine della propria cultura, altrimenti non si è chiari con se stessi. Questa cosa vale in qualsiasi campo. Poi si può accettare e aggiungere un’altra cultura alla propria, e in questo caso il Karate è un mezzo per imparare ad aprire la mente. Ma se qualcuno non ha rispetto della propria origine, io non mi fido tanto di lui perché non è VERO, autentico. Solo conoscendo e accettando la nostra origine è possibile accettare culture diverse dalle nostre, solo se siamo sicuri di noi stessi; chi accetta le altre culture è sicuro, chi non le accetta è un insicuro e pensa di essere sempre dalla parte della ragione. Nel Karate è uguale, non si finisce mai di imparare. Quando qualcosa in me non va, io attacco gli altri, ma perché NON gli altri, ma IO sono debole in quel momento. Quando mi arrabbio non è perché sono forte, ma perchè sono debole. Così sto capendo le differenze tra gli individui: se ci sono 10 persone 10 sono necessariamente diverse l’una dall’altra, ed io le devo accettare tutte e dieci con le loro diversità. Nessuno ha più ragione di un altro. Tecnicamente nel Karate tradizionale c’è sempre massimo controllo, kime, mai K.O. Per noi il Karate è un mezzo per migliorare se stessi, io non insegno a picchiare, a far prevalere la ragione del più forte; chi è forte deve avere il massimo autocontrollo, capire nel profondo. Io ora ho capito che chi è più forte deve essere ancora più gentile, non il contrario (chi è più forte = più prepotente), ma per arrivare a questo deve soffrire, si deve temprare tecnicamente e fisicamente. Chi non ha sofferto, non arriverà mai alla gentilezza. Questa è la “virtù” del Karate. C’è quella positiva = JINTOKU (virtù della personalità) e quella dell’arte marziale = BUTOKU, che non è solo cercare ciò che è positivo, ma una virtù che insegna che tante volte si soffre, tante volte si deve superare il momento della sofferenza; ci si deve dunque temprare tecnicamente. Comunque chi è forte deve allenarsi a migliorare se stesso e acquisire così la gentilezza.

Maestro, Le sembra che il Karate abbia avuto un’evoluzione in Italia dagli inizi fino ad oggi?
Naito sensei: Ogni epoca deve accettare la tradizione per crescere, ma non restare come 30 o 40 anni prima. Come ho detto “tradizionale” significa “continuare” ma accettando cambiamenti e migliorie. Nel tempo tutto subisce un’evoluzione, si cerca sempre di migliorare, di tenere il positivo e togliere il negativo: allora si tratta di aggiungere alla conoscenza di base gli elementi nuovi non cambiando ma MODIFICANDO. Nel campo del Karate, ogni stile 30/40 anni fa manteneva la sua diversità: Shotokan Goju, Shito, Wado, ognuno aveva un kumite e kata diversi; si sono fatte però tante tante gare, e pian piano nel kumite non c’è più stata molta differenza. Però io, Maestro di karate, giapponese che vive in Italia, vorrei dire questo: nel kumite va bene mischiare, non mantenere più tanta differenza, ma per il kata è proprio diverso, gli stili sono e devono rimanere molto differenti. Nello Shotokan ci sono 26 kata; chi non è capace né di fare kumite né kata non può parlare di“tradizionale”. Io non conosco e non pratico il Karate sportivo, io conosco e insegno il Karate tradizionale. Oggi gli stili nel kumite si stanno avvicinando; ma non bisogna mai dimenticare la propria origine. Come ho già detto solo conoscendo e accettando la nostra origine si è sicuri di se stessi e diventa possibile accettare culture diverse dalle nostre.

Maestro, Le sembra soprattutto che gli studenti – dai più giovani ai più anziani – interpretino nel giusto modo quello che Lei vuole insegnare?
Naito sensei: Sì. Agli agonisti, ai giovani (italiani, giapponesi, inglesi, internazionali) piace il combattimento. Ognuno ha le sue caratteristiche e vorrebbe provarsi. Nel campo del Karate, ci sono tre possibilità: chi è forte fisicamente, oppure sportivo (che significa portato al combattimento), oppure chi propende per il Goshin jitsu, la difesa personale. Quindi: nel primo caso lo fa per allenare i muscoli, nel secondo per prepararsi al combattimento, nel terzo per sapere difendersi. Però io cerco nel possibile di lasciare ai giovani italiani opportunità, chances nella competizione. Gareggiare a livello internazionale è una grande opportunità per l’Italia, per i giovani, per capire non solo il karate ma altre mentalità. La mente diventa più aperta. Per es. io insegno che la tecnica di Karate è mezzo: chi è interessato al Karate deve approfondire la cultura giapponese, per es. andare ai ristoranti giapponesi, leggere libri sul Giappone, andare in Giappone, deve sapere tante cose della cultura giapponese. Altrimenti non si riesce a capire il Karate nel profondo. I grandi pittori, come Van Gogh, Monet, Modigliani (x es.) sono diventati famosi perché avevano approcciato la cultura africana, orientale (giapponese, cinese), questa cosa li aveva scioccati (colpiti) e l’hanno accettata fino a farla penetrare nella loro arte. Hanno accettato il diverso: questo allarga la mente: la differenza culturale. Sennò, se Occidente e Oriente rimangono separati è un peccato: in questo senso la tecnica di Karate è un mezzo anche per sapere, approfondire un’altra cultura e allargare la mente. Mi sembra che tutta la filosofia del Karate – così come Lei insegna – possa scaturire da una sola “teoria”: il significato delle “mani vuote” nella più ampia accezione di vuoto, pronto quindi a ricevere di tutto e a plasmarsi secondo la situazione contingente (anche nel senso di adattamento ad ogni situazione/condizione, esterna e interna quindi – per esempio: in un combattimento, non solo la realtà esterna: il nemico, il tempo, il luogo, ma anche quella interna: lo stato fisico, mentale, psicologico- ). E ancora: vuoto nel senso di annullamento del proprio ego (e del proprio egoismo) e disponibilità nei confronti altrui, ad accogliere: le mani nude non posseggono e non trattengono niente, accolgono. E ancora: vuoto come libertà totale (la libertà da qualsiasi condizionamento e da qualsiasi regola, obiettivo che si raggiunge a costo di rigide regole e ferrea disciplina le quali – una volta acquisite – possono essere superate). E’ così? Sì; questo è proprio Zen. Chi fa Karate e ha esperienza capisce queste cose, chi non ne ha esperienza no. Qualcuno dice: Maestro, una cosa è il Karate, una cosa è la vita. NO! Non è diverso, questa E’ la vita! Dentro il Karate ci stanno tante cose: basta impararle e applicarle nella vita. Chi non è capace di applicare vuol dire che non ha ancora imparato, ha solo copiato esternamente. Nella nostra vita esistono i peccati di concupiscenza - i 108 BONNO, (“inganno delle passioni”, n.d.r.) diciamo noi in Giappone -, esiste ciò che è negativo. Ma se le cose negative sono 49 e le positive 51, bene, si sta già migliorando, si è già positivi. L’importante è sempre cercare di migliorare, per questo c’è bisogno di tanto allenamento ed esperienza. Chi fa esperienza (anche tramite il Karate) comprende, accetta tutto ciò che è anche negativo,e impara ad applicare alla vita ciò che ha capito. Applicare non vuol dire solo imparare e basta, bisogna PROVARE. Accettare la propria negatività e cercare di migliorare. Ognuno deve capire cosa gli piace, se preferisce una cosa piuttosto che un’altra; finchè la può avere bene, ma quando non può più e deve fare qualcosa che non gli piace, deve accettare quel momento perché lì c’è la chance, lì ci si prova e ci si comincia a superare. Per esempio: a qualcuno piace la carne, ne mangia tutti i giorni, poi un giorno basta, si stanca e non ne vuole più, vuole cambiare: quello è il momento di calarsi nel profondo di se stessi, quello è il momento in cui si ha l’opportunità di capire e modificare. Bisogna capire profondamente e sottilmente: magari – è un esempio! – basta modificare il modo in cui si cucina la carne, aggiungere o togliere qualche ingrediente. L’importante è capire e applicare. Così, abituandosi pian piano, la sua idea da negativa diventerà positiva. Se diventa positiva, basta! In quel momento, come insegna lo Zen, si deve andare nel profondo e trasformare il negativo in positivo. Che sia tutto perfetto nella vita è difficile, impossibile, vero? I 108 bonno sono nella natura degli uomini.

Naito ShiraiMaestro, Lei cerca di trasmettere dunque ai Suoi allievi qualcosa che va ben al di là di una pratica sportiva, agonistica e non, di instillare nel cuore di ognuno il desiderio di migliorarsi e superarsi, di rompere il proprio guscio, attraverso un’operazione di ripulitura da tutto ciò che è inutile e d’ostacolo. Un percorso molto Zen, quindi. Del resto dallo Zen nascono le Arti Marziali, vero?
Naito sensei: Sì. Il Maestro Shirai ed io siamo stati fortunati, all’Università di Komazawa ci siamo proprio specializzati nello studio dello Zen (Komazawa è l’Università dalla quale deve passare chiunque voglia diventare monaco o insegnante Zen). Allora, per me è automatica l’idea che si debba sempre migliorare se stessi.

Ma allora mi sembrava di non studiare, ora ricordo perfettamente di avere studiato tante cose e ne sono orgoglioso. Sono stato davvero fortunato. Ora queste cose chi vive in Giappone non riesce più a capirle, ma vivendo lontano se ne capiscono molte. Poi, praticando Karate e con l’esperienza, ho compreso. Maestro, un’altra caratteristica fondamentale del Suo insegnamento mi sembra aver dato significato e dignità al termine “arte” che definisce la disciplina marziale: arte in quanto mentre si pratica si crea, arte perché si ricerca uno stile personale pur restando nello studio della tradizione, si cerca quindi la sicurezza di una propria individualità che deve essere affermata. E’ giusto? Io penso che ognuno decida da solo quello che gli piace o non gli piace.

Se uno continua (a fare una cosa) per anni e anni, significa che gli piace. Quando qualcosa piace davvero, per es. se piace l’Arte Marziale, bisogna tirar fuori la propria personalità. Come il pittore sceglie la sua tecnica, la sceglie e la approfondisce, così anche noi scegliamo la tecnica che ci piace di più, calcio o pugno, oppure un kata piuttosto che un altro. Così si deve “entrarci” e studiarla approfonditamente. Magari non ci piace una tecnica o un kata: si deve accettare e capire il perché. Così il Karate diventa mezzo per capire profondamente se stessi. Però non bisogna concentrarsi per capire, per migliorare, NO: in questo gli Italiani sono un po’ diversi: devono sempre studiare, ragionare per capire: no, prima bisogna FARE, FARE, FARE. Poi , attraverso il Karate che è mezzo per migliorare, si arriveranno a capire tante cose. Anche il Maestro Shirai credo insegni questo da sempre: non bisogna capire (con la testa) se una cosa ci piace o no, si deve ascoltare la sensazione che ci da. Non copiare (il concetto si deve copiare, non la tecnica: questa si può copiare solo agli inizi), non ragionare. Questa è la mia opinione: a te piace questa cosa? Ok, approfondiscila, piano piano la personalità verrà fuori.

Da 45 anni io pratico il Karate, tante volte avrei voluto smettere, ma continuo evidentemente perché mi piace. Allora, se non ho cambiato mestiere, significa che ho superato quei momenti. A me piace la realtà, quando non c’è realtà non mi fido. Se mi piace qualcosa, la voglio mangiare, o comprare, o toccare; facendone esperienza diretta, solo così arriva la sicurezza di sé e dei propri gusti. Sto dicendo la stessa cosa dall’inizio, si torna sempre allo stesso punto: in qualsiasi cosa , in qualsiasi materia, in qualsiasi campo è uguale. Anche nell’arte ciò che conta è la sensazione: ci si muove d’istinto. Un mio difetto è quello di non calcolare mai prima, ma agire subito d’istinto; e dopo capire. Per esperienza se agisco per calcolo va male, se faccio una cosa perché sono convinto va bene: non so perché ma è proprio così!

Maestro, Un’ultima domanda, rivolta ai giovanissimi: a che età i bambini possono iniziare a praticare karate?
Naito sensei: I bambini possono iniziare karate da piccoli, a 5/6 anni, ma fino ai 12/13 il karate per loro deve essere solo un gioco, un divertimento (MAI un obbligo!); è anche giusto che facciano le gare, che si abituino. Nell’età dell’adolescenza invece inizia ad esprimersi la loro personalità, ed è a quel punto che bisogna iniziare a trasmetter loro la FILOSOFIA del Karate. E’ a quell’età che si deve iniziare ad insegnare loro l’educazione della disciplina.

Grazie Maestro. Oss!

Carla Rossi e Alice Ripa
11.02.2009